Che ve ne sembra dell’America?
Capitolo 2
Nel giorno in cui gli olimpionici statunitensi rivendicano il proprio diritto di esprimersi in reazione agli insulti di Trump verso uno di loro, cade proprio giusto il tema di questo.

Il free speech e l’isegoria
Il 14 febbraio 2025, nella storica cornice dell’Hotel Bayerischer Hof durante la 61ª Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il Vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance ha pronunciato un discorso storico destinato a segnare un punto di rottura nelle relazioni transatlantiche.
Davanti a una platea di leader europei e funzionari della difesa, Vance ha scosso le fondamenta del dialogo diplomatico sostenendo che la minaccia esistenziale per l’Europa non fosse esterna – smarcandosi dai riferimenti convenzionali a Russia o Cina – bensì interna.
Egli ha accusato le istituzioni continentali di una presunta ritirata dai valori democratici fondamentali, mettendo in discussione la solidità dell’alleanza non più solo sulla base della spesa militare, ma sulla condivisione dei valori liberali.
Free speech: la voce del popolo
Il fulcro delle accuse di Vance sul presunto tradimento europeo dei valori liberali ha riguardato la libertà di espressione. L’Unione Europea è stata dipinta come un apparato di commissari più inclini a silenziare il dissenso che a garantire la sicurezza collettiva. In questo contesto, Vance ha fatto esplicito riferimento al caso di Elon Musk e della piattaforma X, criticando i tentativi dell’UE di regolare lo spazio digitale attraverso il Digital Services Act.
Ha inoltre definito scioccanti per la sensibilità politica americana le leggi tedesche e svedesi sulla moderazione dei contenuti, segnando un solco ideale tra le due sponde dell’Atlantico. Queste affermazioni non erano né nuove né isolate, ma parte di una strategia comunicativa già delineata in precedenza, quando Vance aveva persino ipotizzato di condizionare il sostegno americano alla NATO al rispetto della libertà di parola da parte degli alleati. La sua posizione a Monaco è stata netta:
«In tutta Europa, temo che la libertà di parola sia in ritirata».
Dietro tutta questa enfasi retorica emergeva tuttavia un disegno politico preciso dell’Amministrazione statunitense, finalizzato a una specifica visione del diritto di espressione, affatto legata alla tutela delle pluralità di voci necessaria per preservare la democrazia.
Il caso Romania
Vance ha sollevato dubbi concreti citando l’annullamento delle elezioni in Romania deciso dalla Corte Costituzionale nel dicembre 2024. Sebbene la Corte avesse basato la sentenza su prove di massicce ingerenze straniere e attacchi informatici volti a favorire Călin Georgescu – candidato ultra-nazionalista passato improvvisamente dal 5% ai vertici dei sondaggi grazie a documentati meccanismi d’influenza filorussi – Vance ha interpretato l’intervento giudiziario come una soppressione della volontà popolare.

Elon Musk e AfD
Un altro punto di frizione ha riguardato il legame tra Elon Musk e la destra europea. Vance ha richiamato il collegamento in diretta su X tra il miliardario e Alice Weidel, leader di AfD, avvenuto il 9 gennaio 2025. Durante lo streaming, avvenuto in piena campagna elettorale per le politiche tedesche, Musk aveva sostenuto apertamente che «solo l’AfD può salvare la Germania», garantendo alla candidata un’enorme visibilità e un incremento immediato di circa 150.000 follower.
Nonostante le denunce sulla palese interferenza elettorale da parte di un esponente di rilievo dell’amministrazione americana (allora a capo del DOGE), Vance ha ridimensionato le critiche. Per il Vicepresidente, l’incapacità europea di tollerare tali opinioni era segno di una democrazia fragile:
«Se la democrazia americana può sopravvivere a dieci anni di prediche di Greta Thunberg, voi potete sopravvivere a pochi mesi di Elon Musk».
L’accusa finale è stata durissima: i governi europei avrebbero paura dei propri elettori.
Questo attacco ha spostato il confronto tra l’amministrazione Trump 2.0 e la vecchia Europa dal piano commerciale e geopolitico a quello delle idealità, dipingendo l’Unione Europea come un’entità quasi sovietica o autoritaria. Lo stesso Musk era arrivato a paragonare l’UE a un Quarto Reich a seguito delle sanzioni contro la sua piattaforma, confermando una vera e propria guerra culturale in cui la regolamentazione digitale viene derubricata a censura burocratica.
Cosa fonda la libertà di espressione
Per decifrare la reale portata di questa sfida culturale, ritengo utile abbandonare la cronaca recente per proiettarsi indietro nella storia fino a quell’antichità ellenica in cui affondano le radici delle architetture costituzionali che ancora oggi definiscono il nostro concetto di partecipazione.
Le forme di governo delle due superpotenze di allora, Sparta e Atene, divergevano profondamente pur garantendo, in teoria, la partecipazione degli aventi diritto. Va dato subito conto della falsità di un comune pregiudizio storico secondo cui le oligarchie, come quella spartana, fossero prive di organi assembleari popolari.
Al contrario l’Apella, l’assemblea degli spartiati, era un organo fondamentale del sistema politico. Composta dagli omoioi discendenti dei Dori, l’élite che godeva dei pieni diritti politici e civili, l’Apella aveva il potere di eleggere i membri del Consiglio degli anziani e i magistrati, di decidere su pace e guerra e di approvare o respingere le proposte legislative.
Non è nell’ampiezza delle assemblee popolari che le istituzioni oligarchiche spartane si differenziavano da quelle democratiche ateniesi. Infatti, nell’Atene del V e IV secolo a.C., la democrazia era un sistema diretto ma decisamente limitato nella partecipazione degli aventi diritto, escludendo donne, schiavi e meteci. Ma per coloro che godevano del diritto di cittadinanza, il sistema democratico ateniese offriva qualcosa di radicalmente diverso dall’Apella spartana: l’isegoria.
L’isegoria
Il termine deriva dal greco isos (uguale) e agoreuein (parlare in pubblico).
Mentre a Sparta gli spartiati potevano solo votare sì o no alle proposte avanzate dalla Gerusia o dai diarchi – i due re – senza alcuna possibilità di discussione, a ogni cittadino ateniese nell’Ekklesia era garantito il diritto di prendere la parola, proporre emendamenti e dibattere apertamente sulle sorti della città.
Insieme all’isonomia – l’uguaglianza di fronte alla legge -, l’isegoria costituiva il cuore pulsante della democrazia: la convinzione che la libertà politica non risieda solo nel voto, ma nel diritto di influenzare le decisioni dello Stato attraverso la parola pubblica.
Quest’ordinamento trasformava la parola pubblica in responsabilità civica.
Parlare non era solo un diritto individuale, ma un dovere verso la comunità. Il cittadino che si disinteressava della politica, occupandosi solo dei propri affari privati, veniva definito idiotes, un termine che allora indicava l’uomo privato, colui che rinunciava alla propria funzione sociale. L’isegoria nell’assemblea superava ogni differenza di censo: il voto e la voce di un umile contadino pesavano quanto quelli di un ricco aristocratico.
Come sosteneva Erodoto, la forza di Atene non derivava da una superiorità militare intrinseca, ma dal fatto che ogni cittadino, sentendosi partecipe del bene comune grazie all’isegoria, combatteva e lavorava con un vigore superiore a chiunque altro.
Oggi possiamo vedere l’isegoria come l’antesignana della democrazia deliberativa. Ci insegna che una democrazia è sana solo se tutti possiedono realmente i mezzi per far sentire la propria voce. Tuttavia, sorge un interrogativo: il “free speech” promosso dal populismo trumpiano incarna davvero questo valore o ne è una distorsione?

Isegoria versus free speech
La distinzione tra l’isegoria classica e il moderno concetto di libertà di espressione non riguarda solo il diritto di parlare, ma il fine e la struttura della comunicazione. L’isegoria è un concetto istituzionale e collettivo; il free speech trumpiano, invece, è un dirompente diritto individuale, più vicino a quella che i greci chiamavano parresia: il dire tutto in modo franco e provocatorio, spesso senza filtri.
Le differenze sono profonde e possono essere riassunte in quattro punti chiave
1 – Soggetto e Obiettivo: nell’isegoria il soggetto è il cittadino inteso come parte di una comunità, la polis, e l’obiettivo condiviso è il raggiungimento della migliore deliberazione per il bene pubblico. Nel free speech populista, il soggetto è l’individuo o, meglio, il leader – il Musk o Trump di turno – che si scaglia contro l’establishment. L’obiettivo non è il bene pubblico condiviso, ma l’affermazione di un’identità politica o personale.
2 – Contesto e Regole: l’isegoria operava entro uno spazio pubblico istituzionale (Ekklesia) regolato da norme di civiltà. L’attuale free speech si esercita viceversa in arene digitali e social media strutturalmente ostili alla moderazione o al fact-checking. In questo contesto, ogni regola viene percepita come una forma di oppressione o censura tirannica.
3 – Responsabilità e Conseguenze: questo è l’aspetto più divergente. L’isegoria non era una licenza assoluta di parola ma era indissolubilmente legata al dovere di responsabilità verso lo Stato. Se un cittadino proponeva una legge che si rivelava disastrosa, poteva essere perseguito tramite la graphē paranomōn: sottoposto al giudizio del tribunale popolare, il proponente rischiava multe esorbitanti o l’atimia, la perdita dei diritti civili. Al contrario, il modello promosso da Trump e Vance vede la parola come un’arma di mobilitazione della propria base, dove la forza dell’argomento non risiede nel logos (il ragionamento), ma nella capacità di generare impatto emotivo, spesso ignorando o manipolando volontariamente la verità dei fatti.
4 – Il paradosso dello spazio pubblico: l’isegoria mirava a creare uno spazio pubblico condiviso in cui tutti potevano essere ascoltati, favorendo la sintesi politica. Il free speech mediato dagli algoritmi genera camere dell’eco dove si parla solo a chi garantisce consenso acritico, negando il principio fondamentale dell’isegoria, il confronto diretto tra opinioni divergenti.
Se la guerra dichiarata alle istituzioni della Vecchia Europa da Vance a Monaco fa emergere una frattura culturale profonda, le differenti vie dell’isegoria e del free speech non fanno che confermare le enormi distanze ideali. Da un lato, vi è la promozione di una responsabilità civica che, pur tra mille difficoltà, cerca di garantire al confronto pubblico un’arena regolata, dall’altro una visione leaderistica priva di filtri e influenzata da forti interessi personali.
Se quest’analisi storica ci può aiutare a mettere a fuoco dei concetti, appare chiaro infine che la posta in gioco evocata da Vance non sia la sola libertà di parola, ma la qualità stessa della nostra cittadinanza. La sfida si gioca tra chi vede nella parola uno strumento di costruzione comune e chi la usa come un’arma identitaria per guidare masse di seguaci che ricordano ancora a distanza di cinquant’anni, quantomeno culturalmente, quel volto di sottoproletariato tratteggiato da Costa-Gavras nel suo capolavoro Z, l’orgia del potere.
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