Che ve ne sembra dell’America?
Capitolo 1

La talassocrazia e Gramsci
Perché scrivere degli Stati Uniti d’America proprio oggi? La risposta è, per me, tanto semplice quanto urgente.
Gli USA dell’era Trump rappresentano attualmente il principale ostacolo a una pace globale giusta e il nemico giurato di quei pilastri della democrazia liberale di cui sono stati, per decenni, il faro: lo stato di diritto (Rule of Law), la tutela dei diritti civili, il rispetto della sovranità popolare e la legittimità del suffragio universale.
Proprio in questi giorni osserviamo la vicenda della Groenlandia. Non si tratta solo di una questione di ghiacci o di una necessità securitaria: la Groenlandia è potere, strategia e futuro. Accanto alle pretese territoriali sul Nord geografico – che coinvolgono anche il Canada – emerge il progetto del nuovo ordine mondiale trumpiano: il Board of Peace. Anche in questo caso, il nome è ingannevole: non si tratta di una struttura di pacificazione, ma di un nuovo assetto di pura potenza.
Risulta quindi necessario riflettere sui motori interni di un’America che appare ormai distante da quella che, nel bene e nel male, è stata il riferimento del “mondo libero” durante il Secolo Breve.
Comincerò le mie considerazioni dall’aspetto più macroscopico di questo mutamento: l’esibizione sfacciata della forza.

Il potere del mare
L’impero statunitense e la globalizzazione si reggono, per definizione, sul controllo dei mari. Oltre il 90% del commercio globale viaggia via acqua; il libero mercato esiste solo perché le marine militari garantiscono la libertà di navigazione.
Chi controlla gli oceani e gli stretti strategici – Suez, Malacca, Panama, Gibilterra – controlla l’economia mondiale. Con i suoi 11 gruppi di portaerei, gli Stati Uniti possono proiettare potenza e garantire la sicurezza delle rotte in ogni angolo del globo.
E allora voglio suggerirvi una suggestione talassocratica richiamando un parallelo antico: l’Atene del V secolo a.C.
Sebbene la storia non si ripeta mai in modo identico, le vicende elleniche offrono chiavi di lettura preziose per inquadrare il presente. Devo però fare un piccolo spoiler storico: alla fine di quel secolo, Atene sparirà dai radar della grande Storia. Ma concentriamoci sul suo momento d’oro.
L’ascesa di Atene: dalla difesa all’egemonia
Durante la Pentecontaetia – il cinquantennio tra la fine delle Guerre Persiane (479 a.C.) e l’inizio della Guerra del Peloponneso (431 a.C.) – il mondo greco si divise in due blocchi: la potenza marittima ateniese e quella terrestre di Sparta.
Sconfitti i Persiani, la Lega Ellenica (la symmachia nata per avere gli stessi amici e nemici) perse il suo scopo originario. Sparta tornò al suo isolamento conservatore, convinta di poter mantenere la prostatesis, ovvero il primato militare riconosciuto dagli alleati.
Tuttavia, l’espansione navale di Atene nell’Egeo e nelle coste della Ionia cambiò i rapporti di forza. Gli alleati smisero di riconoscere a Sparta il ruolo di guida, cedendolo ad Atene. La capitale dell’Attica accettò il ruolo di nuovo prostates (colui che sta davanti) e, con Temistocle e Aristide, avviò una politica egemonica dinamica, spinta dalla necessità di compensare la scarsità di risorse agricole interne con il commercio marittimo.
Nel 477 a.C. nacque la Lega di Delo. Presentata come un’alleanza paritaria e difensiva per proteggere l’Egeo, aveva sede nell’isola sacra di Delo. Ma Atene operò da subito per imporre la propria supremazia, utilizzando i tributi in denaro degli alleati (phòros) per costruire una flotta invincibile. Il controllo del mare portò Atene a una fioritura economica e culturale senza precedenti, ma trasformò anche la natura dell’alleanza.
Da Arché a Imperium
Il rapporto inizialmente paritario divenne presto gerarchico. All’inizio, Atene esercitava l’egemonia come Arché: era la prima tra pari. Ma nel 467 a.C., la repressione della rivolta dell’isola di Nasso segnò un punto di rottura: Nasso fu resa schiava contro i patti stabiliti.
Da quel momento, i patti fondativi divennero soggetti all’arbitrio della potenza dominante. Atene impose agli alleati non solo una finalità difensiva, ma anche scelte offensive vincolate ai propri interessi. Sotto Pericle (461-429 a.C.), l’Arché divenne definitivamente sinonimo di dominio coercitivo, avvicinandosi al concetto latino di Imperium: il potere assoluto di comando. Tucidide scrive chiaramente che Atene era diventata la tiranna delle altre città greche.
Nel 454 a.C., con il pretesto di un possibile attacco persiano, il tesoro della Lega fu spostato da Delo all’Acropoli di Atene. Pericle usò quei fondi a proprio piacimento per finanziare la grandezza visibile della città: il Partenone, i Propilei e le Lunghe Mura, che collegavano la pòlis al porto del Pireo rendendola inespugnabile finché la flotta ateniese avesse dominato i mari.
Questa Età dell’oro rappresentò il culmine della civiltà classica, ma conteneva già i semi della sua rovina. Uscire dalla Lega era ormai considerato tradimento. Quando anche l’isola di Taso provò a ribellarsi, Atene intervenne militarmente, distruggendo le mura e sottomettendola con la forza.

La maschera della forza: il Dialogo dei Meli
Il momento in cui la talassocrazia ateniese gettò la maschera dell’idealismo è cristallizzato nel Dialogo dei Meli (Tucidide, Libro V). Nel 416 a.C., durante la Guerra del Peloponneso, Atene impose ai cittadini di Melo una scelta brutale: sottomissione o sterminio.
È la celebrazione della pura logica della forza. L’imperialismo ateniese si manifestò anche attraverso strumenti di controllo “soft” ma pervasivi. Attraverso la Moneta. Atene impose la civetta d’argento e il proprio sistema di pesi e misure a tutti gli alleati, creando un mercato unico dominato. Attraverso la Giustizia. Atene impose il proprio tribunale come appello per tutte le controversie delle città sottomesse, centralizzando il potere giuridico.
Quando nel 449 a.C. la Pace di Callia sospese le ostilità con la Persia, la Lega di Delo perse ogni giustificazione formale. Divenne palese a tutti gli alleati che la perpetuazione dell’alleanza era solo lo strumento dell’imperialismo ateniese. Come riporta Tucidide, gli alleati denunciarono amaramente:
«Siamo diventati alleati non per rendere i Greci schiavi degli Ateniesi, ma per liberarli dai Persiani».
Analogie contemporanee
Se osserviamo la storia della talassocrazia ateniese, non possiamo non notare analogie con l’attuale rapporto tra gli Stati Uniti e i loro alleati, specialmente all’interno della NATO.
I dazi di Trump, la pretesa che gli alleati investano negli USA, acquistino debito statunitense o comprino armamenti americani, non somigliano forse al phòros dovuto a chi ha smesso di essere un leader (Arché) per diventare un dominatore (Imperium)?
E ancora: la richiesta all’Europa di evitare regolamentazioni digitali sgradite ai colossi tecnologici americani, o le pressioni per revisionare le norme UE sulle importazioni alimentari, non rappresentano forse il tentativo di allineare gli ex alleati al diritto del centro?
Dove finisce l’egemonia e dove inizia il dominio? Il confronto si sposta su un terreno filosofico caro a un grande pensatore italiano. Il passaggio dalla logica brutale del Dialogo dei Meli al pensiero di Antonio Gramsci è al tempo affascinante e illuminante.
Gramsci è il filosofo che ha teorizzato come il potere non possa reggersi a lungo solo sulla forza, ma necessiti del consenso. Nei suoi Quaderni del carcere, egli distingue chiaramente i due concetti.

Il Dominio è l’esercizio della forza coercitiva attraverso gli apparati dello Stato che detengono il monopolio della violenza. Serve a sottomettere i nemici, proprio come fecero gli Ateniesi a Milo. Tuttavia, il dominio da solo è fragile: genera una resistenza costante e logorante.
L’Egemonia è il vero capolavoro della politica. Non si esercita con le armi, ma attraverso la direzione intellettuale e morale. Si attua nella Società Civile e mira a creare un senso comune. L’obiettivo è far sì che le persone accettino l’ordine costituito non per paura, ma perché lo considerano naturale o giusto.
Rileggere la storia
Possiamo rileggere tanto la storia antica quanto quella contemporanea con queste lenti. All’inizio della Pentecontaetia, Atene godeva di una straordinaria egemonia culturale e morale sulla Grecia. Ma a Milo, quando quel consenso venne meno a causa del conflitto, rimase solo il nudo dominio militare.
Guardando alla storia recente, la talassocrazia americana non si è retta solo sulle portaerei (il dominio), ma su un’immensa egemonia culturale: la globalizzazione, la tecnologia, lo stile di vita, la vivacità culturale (cinema, musica, letteratura). Questa egemonia ha reso il potere statunitense non solo accettabile, ma desiderabile per generazioni.
Tuttavia, la strategia attuale segna un pericoloso ritorno al dominio puro. Gli Stati Uniti di Trump hanno rinunciato alla direzione morale e intellettuale, hanno ritirato la propria partecipazione da ogni struttura od organismo internazionale nei campi del diritto, della scienza e umanitario, stanno facendo a pezzi al proprio interno le checks and balances – il pilastro fondamentale della democrazia statunitense –, stanno usando gli apparati giudiziari per perseguire gli oppositori e anche chi semplicemente non si allinea ai desiderata della Casa Bianca, e potrei continuare ancora. Tutto questo per affidarsi esclusivamente alla coercizione economica e militare, l’uso della forza.
Questa non è che una riedizione su scala planetaria dell’Atene tiranna che finì per alienarsi ogni sostegno.
Chiudo questo piccolo contributo con una speranza. Secondo Gramsci, la vera rivoluzione non consiste semplicemente nel prendere il potere fisico (il Palazzo d’Inverno), ma nel vincere la guerra di posizione nella cultura. Se l’America di oggi perde questa battaglia culturale e smette di produrre un “senso comune” condiviso con i propri alleati, il solo possesso delle rotte marittime non basterà a salvare il suo Impero dal declino.
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