Che ve ne sembra dell’America?
Capitolo 4

La nuova casta sovrana dei tech bro
La dissoluzione della stabilità democratica
Se analizziamo con distacco il film distopico che da circa un anno va in onda da Washington, ci accorgiamo che l’aspetto più tragico e grottesco non è la figura di Donald Trump in sé. Il vero dramma risiede nella dissoluzione di quella stabilità democratica forte che, per oltre due secoli, non è dipesa esclusivamente dalle regole scritte nella Costituzione, ma dalla solidità culturale e politica di coloro che quelle regole dovevano incarnare e di cui oggi sembrano rimanere solo macerie. Sarebbe un errore fatale pensare che una volta uscito Trump di scena – vuoi per ragioni elettorali, giudiziarie o semplicemente anagrafiche – tutto possa tornare magicamente come prima.
Dobbiamo essere estremamente chiari su questo punto: invocare il ritorno alle “buone maniere” della politica statunitense sperando in una sorta di grazia divina è un esercizio illusorio e sterile. Il sistema non rientrerà da solo nella precedente normalità condivisa. Quel Pendolo Politico che vedeva l’alternanza tra Democratici e Repubblicani, spesso moderata dalla negoziazione continua del Divided Government (ovvero il mancato controllo del Congresso da parte del partito del Presidente), sembra il ricordo di un’altra era geologica.
Il declino dell’impero e il contagio globale
Affermare che gli Stati Uniti si siano rivelati oggi una democrazia fragile ed immatura equivale a dire che il re è nudo; è svelare l’ovvio. Tuttavia, l’ovvietà non ne diminuisce la gravità: il declino americano sta riverberando i suoi effetti in tutti quei Paesi che per decenni abbiamo chiamato mondo libero, pianeti e satelliti che gravitavano nel sistema solare in cui gli USA rappresentavano la stella. Per questo motivo, la partita americana non può lasciarci indifferenti.
Gli Stati Uniti del XXI secolo hanno necessità di una riforma istituzionale di una profondità senza precedenti. Una riforma che eviti la concentrazione del potere nelle mani di un solo uomo – pilastro ideale fondativo che i Padri Costituenti vollero proprio in reazione all’esperienza della monarchia britannica – ma che eviti anche la trasformazione della democrazia in un simulacro, quale quella tirannia della maggioranza a cui assistiamo oggi.
Le forze del nuovo corso
Questo sogno di rifondazione è però contraddetto da forze interne potenti. Se un tempo queste forze erano distinte e distanti, oggi appaiono pericolosamente coalizzate a supporto del nuovo corso trumpiano.
Da un lato troviamo il populismo viscerale del movimento MAGA (Make America Great Again), dall’altro i cosiddetti tecno-ottimisti. Questi ultimi meritano una riflessione approfondita e preoccupata. A ben guardare, i tecno-ottimisti sono più pericolosi del populismo sovranista della base perché portatori di una ideologia dirompente basata sulla distruzione non solo della democrazia ma dello stesso Stato. E mentre il MAGA parla alla pancia del paese per fermare il tempo con retoriche nostalgiche, i tecno-ottimisti stanno costruendo mattone su mattone l’infrastruttura tecnologica e filosofica per un nuovo tipo di dominio.

I Tech Bro
I Tecno-ottimisti, o Tech Bro, in effetti non sono altro che la nuova élite formatasi negli ultimi trent’anni. Una casta tecnocratica che domina economicamente e che, coerentemente con quanto presagiva già quasi trent’anni fa, persegue la costruzione di una società guidata da principi di mercato piuttosto che da leggi dello Stato, dove gli individui sarebbero clienti piuttosto che cittadini, spogliandoli, come corollario, di ogni rete di protezione oggi offerta dallo Stato.
Questo gruppo elitario trae il proprio nome dal Manifesto tecno-ottimista di Marc Andreessen, uno degli architetti della realtà digitale dagli anni ’90 a oggi. Noto come l’oracolo della Silicon Valley, Andreessen è il prototipo del miliardario tecnocrate che, dopo aver finanziato per anni il Partito Democratico, si è convertito alla linea trumpiana senza apparente travaglio interiore, intravedendo nel nuovo autoritarismo lo strumento per una deregulation totale.
L’illusione di una nuova libertà e la formazione di una nuova classe di capitalisti
Se facciamo un passo indietro negli anni ’90, i pionieri di internet come Andreessen vedevano nella sua diffusione un potenziale liberatorio per l’individuo ma, in tutti i casi, le illusioni di libertà, trasparenza e partecipazione diretta promesse dall’avanzamento tecnologico si sono trasformate in nuove forme di controllo.
Basti pensare ad esempi come WikiLeaks che prometteva un’era di trasparenza ed è finito per essere usato come strumento politico. O Facebook, nato per collegare il mondo e finito al centro di scandali legati alla privacy, alla diffusione di fake news, malainformazione e manipolazione politica. Oppure, guardando a casa nostra, la piattaforma Rousseau che prometteva democrazia diretta e che ha dimostrato come si possa manipolare dall’interno la democrazia e l’opinione pubblica.
Quel modello che nelle promesse avrebbe dovuto aprire le porte alla prosperità, ha in realtà finito per favorire le differenti competenze necessarie per la formazione di nuovi capitali e di nuovi capitalisti nella nuova era dell’economia tecnologica.
Le figure emerse da questo scenario sono personalità superiori che, armate di tecnologie avanzate e di una capacità intellettuale elevata, non solo navigano nel mondo digitale ma plasmano attivamente una nuova realtà socio-economica che premia l’innovazione e la disintermediazione diretta dalle vecchie strutture di potere. In questo loro nuovo ordine, il successo non deriva soltanto dall’abilità di adattarsi alle regole, ma dal potere di definire le regole stesse, esercitando un’influenza che trascende le tradizionali barriere politiche.
Gli individui sovrani
Nell’ideologia tecnocratica formatasi, il passaggio dall’era industriale all’era dell’informazione prevede che le élite tecnologiche divengano individui sovrani comportandosi come fornitori di servizi in un mercato deregolamentato e aperto che vede come interlocutori gli Stati al rango di clienti e, aspetto non marginale, dotati di una loro ricchezza digitale e mobile che gli Stati come corollario non potrebbero più né controllare né tassare.
E se la politica è conflitto e rumore, la soluzione è sostituire la deliberazione democratica inefficiente e irrazionale con la precisione tecnica. Il nuovo mito dell’AI e dell’AGI. L’idea alla base è in realtà molto semplice: la tecnologia rende lo Stato obsoleto, sostituendo il potere delle leggi con quello del mercato e del codice informatico.
L’intreccio tra Tecnologia e Autoritarismo
Il disegno di società ipertecnologica di questo gruppo collima con le teorie di Nick Land e Curtis Yarvin. Land, teorico dell’accelerazionismo, propugna il superamento dei limiti biologici umani attraverso la fusione uomo-macchina. Yarvin, il filosofo oscuro che ha fornito l’impalcatura intellettuale al movimento, prospetta un assetto in cui lo Stato nazionale viene frammentato in piccole entità chiamate patchwork, organizzate come aziende private e guidate da un monarca-CEO.
Il progresso tecnologico è il centro gravitazionale di questo pensiero, ma è un progresso che richiede la sconfitta della politica: Land propugna l’avvento di una Tecno-autocrazia, in cui l’intelligenza artificiale gestisce ogni aspetto della vita rendendola efficiente e senza attriti, eliminando la mediazione democratica considerata un inutile rallentamento burocratico.
Già nel 2012, Yarvin proponeva un piano denominato Retire All Government Employees (Pensionare tutti i dipendenti pubblici), un’idea che tredici anni dopo è germogliata nel DOGE guidato da Elon Musk.

Peter Thiel: il filosofo del monopolio
Non si può comprendere l’ascesa del tecno-ottimismo senza analizzare la figura di Peter Thiel.
Thiel non è solo un investitore di successo (co-fondatore di PayPal e primo finanziatore esterno di Facebook), ma è una delle figure più influenti e controverse della Silicon Valley nonché il vero ideologo di questa nuova destra tecnologica.
Sul piano economico le sue idee ribaltano la teoria classica. Nel suo saggio Da zero a uno, Thiel sostiene che la competizione sia una reliquia del passato, roba da perdenti, e che il vero obiettivo di ogni impresa debba essere la creazione di un monopolio. Nasce l’idea di Monopolio come Stato Privato: una grande azienda tecnologica che domina un mercato agisce in modo più efficiente di un governo. Essa crea un proprio ecosistema di regole che gli utenti accettano volontariamente, sostituendo di fatto la legge pubblica con un contratto privato.
È evidente che questa visione va ben oltre il business: Thiel ha posizioni ideologiche che mescolano libertarismo radicale e una profonda sfiducia nella democrazia tradizionale che critica violentemente in quanto inefficiente e d’ostacolo all’innovazione radicale. In un suo saggio del 2009 ha dichiarato apertamente che:
«libertà e democrazia non sono più compatibili».
Le Charter Cities
Per Peter Thiel, il mercato non è solo un luogo di scambio, ma il meccanismo di governo definitivo. La sua utopia è un mondo in cui non si vota più recandosi in un seggio con la scheda elettorale, ma con il portafoglio e la tecnologia, spostandosi fisicamente o digitalmente verso la Charter City (Città a Statuto Speciale) che offre le condizioni migliori.
La giurisdizione privata delle Charter Cities, ovvero aree urbane o regioni fuori dalla giurisdizione dello Stato che nominalmente le controlla, rappresenta l’evoluzione pragmatica del sogno di Peter Thiel di sfuggire al controllo statale. Una Charter City è un’area geografica all’interno di una nazione ospitante (per la natura delle cose debole o in via di sviluppo) che ottiene un’autonomia quasi totale. La città non obbedisce alle leggi civili, penali o amministrative del Paese che la ospita, ha un suo statuto privato scritto da investitori e giuristi privati.
Il governo della città è la gestione imprenditoriale dei servizi: la sicurezza, la giustizia, ovviamente le infrastrutture. Se questi sono scadenti, il cittadino-cliente semplicemente esce dalla città, perché in una Charter City la cittadinanza non è un diritto di nascita, è un contratto: se lo violi o non ti piace più, il contratto si risolve.
Il Progetto Praxis e le Freedom Cities
L’interesse di Peter Thiel per la Groenlandia si inserisce in un quadro più ampio che vede l’isola artica come una nuova frontiera strategica per l’élite tecnologica della Silicon Valley e che vorrebbe trasformarla in un hub tecnologico e minerario. In particolare Thiel sta supportando finanziariamente Praxis, una startup che mira a costruire proprio in Groenlandia una città tecnologicamente avanzata, regolata da principi libertari, con burocrazia minima e leggi favorevoli all’innovazione in campi come l’intelligenza artificiale, la crittografia e l’energia nucleare.
Ad oggi il progetto più vicino alla visione di Thiel è Próspera, sull’isola di Roatán in Honduras, ma negli ultimi anni, l’idea si è spostata anche negli Stati Uniti con il nome di Freedom Cities o Startup Cities. Thiel e altri investitori come Marc Andreessen stanno spingendo per creare zone simili su terreni federali americani, con l’obiettivo di accelerare la costruzione di case e lo sviluppo di nuove industrie bypassando normative ambientali e fiscali statali. Se pensavamo che la distopia fosse ancora materia di capolavori letterari come 1984 o Brand New World siamo serviti. Nel prossimo capitolo vedremo come si è già insinuata nelle nostre vite.
Che ve ne sembra dell’America, articoli correlati
Prologo: Una sorta di dichiarazione d’amore
Capitolo 1: La talassocrazia e Gramsci
Capitolo 2: Il free speech e l’isegoria
Capitolo 3: Kirk e il giusnaturalismo teologico: la sfida della destra religiosa alla modernità