Che ve ne sembra dell’America?
Capitolo 6
Dov’è Minneapolis?

L’elefante nella stanza e la patologia MAGA
Nonostante i sondaggi siano rimasti in un equilibrio precario fino all’ultimo istante, il 5 novembre 2024 gli elettori statunitensi hanno dato un’indicazione non solo chiara, ma nettissima. Donald Trump è stato eletto con un consenso netto di 77,3 milioni di preferenze, contro i 75,0 milioni di Kamala Harris. Per i complessi meccanismi del sistema elettorale statunitense questo si è tradotto in 312 grandi elettori, una cifra che si colloca ben oltre la soglia fatidica dei 270 necessari per conquistare la Casa Bianca.
Sono già state scritte pagine su pagine riguardo a Trump e a quella specifica tornata elettorale. Tuttavia, Donald Trump non è il vero argomento di questa riflessione conclusiva. Egli è il volto, il simbolo, il paravento, ma i veri protagonisti di questo capitolo sono i suoi elettori.
La ragione di questa scelta risiede in una convinzione profonda: Trump, un avventuriero spregiudicato e pregiudicato, partito dai grattacieli di Midtown Manhattan per lanciarsi all’assalto del mondo intero, è in realtà un politico di straordinaria abilità che ha saputo cavalcare tutte quelle pulsioni profonde analizzate finora. Ma egli le ha sapute sfruttare senza davvero incarnarne alcuna nella sua vita.
Trump è il sintomo. Le fanatiche convinzioni della sua base sono la malattia. Per questo motivo oggi parliamo del mondo MAGA, cercando di andare oltre le classificazioni comportamentali e tentando di esplorare i punti oscuri della loro psicologia politica.
WEIRD e MAGA: un confronto tra mondi inconciliabili
Per iniziare questa analisi, dobbiamo definire un termine fondamentale: WEIRD. Questo acronimo è stato coniato dallo psicologo Joseph Henrich per descrivere una fetta minoritaria della popolazione mondiale – stimata attorno al 12% – che proviene da società occidentali (Western), istruite (Educated), industrializzate (Industrialized), ricche (Rich) e democratiche (Democratic). Si tratta di un gruppo sociale costituito prevalentemente da bianchi.
Tecnicamente, quasi tutti i cittadini degli Stati Uniti potrebbero rientrare nella macro-categoria WEIRD se paragonati a persone cresciute in società agrarie o tribali. Eppure, all’interno del contesto americano, il movimento MAGA si pone in una contrapposizione violenta e decisa proprio verso quei tratti tipici del profilo WEIRD che si stanno definendo in modo sempre più estremo.
Questa divergenza ci aiuta a comprendere il conflitto tra i conservatori, la base MAGA, e i progressisti, i liberal WEIRD. Un conflitto che è diventato sempre più brutale man mano che l’orgoglio del Make America Great Again trovava voce attraverso il megafono di Trump.
1 – Educated
Il primo grande tratto di differenziazione è senza dubbio l’istruzione. Il movimento MAGA affonda le sue radici in una base di lavoratori senza laurea. Al contrario, il profilo WEIRD è sempre più associato alle élite accademiche e ai centri urbani cosmopoliti. Quello che i sociologi chiamano il “diploma divide” non è solo una semplice frattura educativa; è una vera e propria linea di faglia che spacca la società americana in due. Da una parte troviamo chi ha una laurea e ha potuto beneficiare dei flussi della globalizzazione; dall’altra troviamo chi non ce l’ha e ha visto il proprio lavoro perdere valore, squalificarsi o sparire del tutto a causa dell’automazione e delle delocalizzazioni. Culturalmente, il movimento MAGA nasce dunque come una reazione viscerale a quella che viene percepita come la prepotenza intellettuale delle élite colte.
Queste ultime sono peraltro accusate di guardare con un senso di superiorità quasi antropologica chi svolge lavori manuali o vive nelle province dimenticate. Questo divario si riflette in modo plastico nella comunicazione: i laureati WEIRD sono accusati di utilizzare un linguaggio astratto, freddo, imbrigliato nel “politicamente corretto”, mentre il popolo MAGA rivendica con orgoglio il “free speech”, ovvero un linguaggio diretto, sfrontato, spesso volgare ma percepito come autentico.
2 – Industrialized
Il secondo tratto distintivo è legato all’industrializzazione. Nonostante vivano in una nazione economicamente molto avanzata, il mondo MAGA si è in gran parte diffuso in zone rurali o che hanno subito una violenta de-industrializzazione, come la celebre Rust Belt. Questi cittadini provano un senso di totale esclusione dal progresso economico moderno.
Si è creata una spaccatura tra chi, acculturato e con il vento in poppa, guarda a un orizzonte futuro riordinato dall’intelligenza artificiale, e chi invece volge lo sguardo rabbiosamente all’indietro. Il mondo MAGA rimpiange le perdute sicurezze e il benessere garantito dal vecchio ordine economico, quello precedente alla globalizzazione. Nelle rivendicazioni politiche MAGA, spesso cieche ma esplosive, si sommano disperazione, da un lato, di chi è già stato vittima della globalizzazione e paura luddista, dall’altro, di chi teme di essere spazzato via dal ridisegno del mercato del lavoro determinato dalle nuove tecnologie AI e AGI.
Un parallelismo azzardato?
A questo punto vi propongo un parallelismo che potrebbe apparire azzardato, ma che credo sia rivelatore: il comune tracciato tra il percorso già disegnato del mondo MAGA e il future shock vissuto dalla popolazione russa all’indomani della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Entrambi i gruppi hanno vissuto il trauma di un’apertura forzata a logiche di mercato che non controllavano, non comprendevano o che li hanno puniti.
Li lega la percezione comune di un tradimento e dell’espulsione dal contesto economico e sociale. Abbandonati a fare i conti con una quotidianità in cui ogni stabilità è svanita, questi individui si sono scoperti soli in pieno naufragio, traditi dall’illusione neoliberista che aveva promesso che la marea, alzandosi, avrebbe sollevato tutte le barche, sia quelle grandi che quelle piccole.
Se spingiamo oltre questo parallelismo, cosa separa realmente l’ascesa di un leader come Putin da quella di Trump?
Per il leader russo ha contato un’immagine pubblica risoluta e autoritaria, ma soprattutto la promessa del restauro di una stabilità economico-sociale di stampo sovietico ma dal sapore caramellato – come l’ha definito Anna Zafesova –, ovvero depurato degli aspetti indicibili.

Per Trump il processo è stato speculare.
Sebbene sia un esponente di spicco dell’élite economica di Manhattan, egli è riuscito a proporsi come il cantore della rivincita degli esclusi. Ha costruito una limpidezza di parola che si opponeva, con risolutezza quasi putiniana, alle degenerazioni culturali dei WEIRD liberal. Ha attaccato il mondo woke, il politicamente corretto e le politiche democratiche che, a suo dire, avevano svenduto l’industria americana.
Questa narrazione fatta di protezionismo, reindustrializzazione e drastiche espulsioni di immigrati, pur essendo la semplicistica edulcorazione di una realtà ahimè complessa, ha fatto breccia. La retorica trumpiana della lotta contro l’antiamericanismo liberal spinge i seguaci in un sogno nostalgico e ideologico che vola alto sopra ogni richiamo alla realtà fattuale.
Le Cinque Ragioni di Michael Moore: un’analisi profetica
Dobbiamo tornare al luglio del 2016, quando il regista Michael Moore pubblicò un editoriale profetico intitolato 5 ragioni perché Trump vincerà. In un momento in cui quasi tutti i sondaggi davano Hillary Clinton per vincente, Moore aveva già colto i segnali del disastro imminente per i democratici.
La prima ragione individuata da Moore era la già citata Matematica della Rust Belt. Egli sentiva crescere il malcontento della classe operaia in quattro stati tradizionalmente democratici ma in profonda crisi industriale: Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin. Ma è la seconda ragione di Moore che scava a fondo nella psicologia politica: «L’ultimo baluardo dell’uomo bianco arrabbiato».

Secondo il regista, una vasta parte dell’elettorato maschile percepiva con terrore la fine di un’era durata oltre due secoli, un’epoca in cui l’uomo bianco aveva esercitato un dominio incontrastato. La sola idea di una donna Presidente, dopo otto anni di un’amministrazione afroamericana, era vissuta come il colpo di grazia al patriarcato tradizionale. Moore descriveva un uomo bianco spaventato dall’evoluzione dei diritti civili, che immaginava come una spirale di perversioni sociali legate al mondo LGBT+.
Questa sensazione di perdita del potere sociale imponeva una resistenza disperata. Trump è stato eletto al ruolo di salvatore dal popolo MAGA proprio perché prometteva: «Vi restituirò il vostro Paese». Infine, Moore individuò l’Effetto Jesse Ventura. Molti elettori non votavano Trump perché condividevano le sue idee, ma come puro atto di ribellione contro un sistema percepito come corrotto. L’urna non serviva a scegliere un presidente per il Paese, ma a lanciare una molotov contro la sua classe dirigente. Il messaggio era chiaro:
«Avete distrutto la mia vita, ora io distruggo il vostro giocattolo».
L’Eclissi della realtà: da Capitol Hill alla Grande Bugia
Nonostante quattro anni di amministrazione Trump, quella rabbia non si è placata, anzi, ha rotto gli argini della legalità il 6 gennaio 2021. I fatti di Capitol Hill non sono stati un evento isolato, ma l’atto finale di quel senso di espropriazione descritto da Moore. Quando Joe Biden vinse le elezioni del 2020, il mondo MAGA adottò immediatamente la Big Lie, la Grande Bugia: l’idea che il voto fosse stato rubato attraverso brogli sistematici e manipolazioni tecnologiche.
Nacque il movimento Stop the Steal, Fermate il furto, una campagna alimentata da figure come Rudy Giuliani e lo stesso Trump, che trovò terreno fertile sui social media prima di essere colpita dai ban per incitamento alla violenza. A questo movimento si unirono gruppi di destra, nazionalisti ed estremisti violenti del suprematismo bianco. L’attacco al Campidoglio, con i suoi protagonisti agghindati con pellicce, corna e bandiere confederate, può essere interpretato come il canto del cigno politico di un’America che già non esisteva più.
La realtà esiste solo come forma dispotica di potere La realtà, tuttavia, è un’altra, anche se per il mondo MAGA non ha alcuna rilevanza. Nonostante oltre 60 ricorsi legali, indagini dell’FBI e verifiche condotte anche da funzionari elettorali repubblicani, non sono mai state trovate prove di brogli.
Ma qui sta il punto focale: per un osservatore WEIRD, questo comportamento è complottismo e pura irrazionalità. Per un sostenitore MAGA, l’assalto a Capitol Hill è stato un atto di lealtà suprema e di resistenza contro l’élite usurpatrice. La profanazione del tempio della democrazia è stato il tentativo disperato di fermare il tempo. Oggi, con la rielezione di Trump, questa visione riceve nuova linfa.
Il 47° Presidente definisce il 6 gennaio un giorno d’amore e i rivoltosi come grandi patrioti, concedendo la grazia di massa ai rivoltosi. Il principio trumpiano riscrivi comunque la storia fonda le ragioni per cui la realtà per il mondo MAGA non rilevi affatto, mai.
In conclusione, davanti a questa continua e irrazionale rivendicazione del mondo MAGA di voler fermare il corso della storia, diventa quasi inutile porsi domande razionali. In questo scorcio d’inizio anno che ha segnato il criminale assassinio di due cittadini americani per mano dell’ICE, anche il solo chiedersi dove sia Minneapolis è domanda fuori luogo. Minneapolis, come il resto dell’America democratica, si trova immersa in un nuovo disordine. E in quest’America, oggi, non solo il comando ma anche la verità appartiene solo a Donald Trump. Che la usa come forma distopica di potere.
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