Che ve ne sembra dell’America?
Prologo
Iniziamo oggi la pubblicazione giornaliera di sette differenti riflessioni su cosa sia l’America in questo scorcio trumpiano del XXI secolo e, per mettere subito un po’ le cose nella nostra prospettiva, ecco che iniziamo con questo ..

Una sorta di dichiarazione d’amore
Un lontano giorno della mia gioventù, durante una vacanza e con il bisogno di qualche bel libro da leggere, mi avvicinai a una di quelle bancarelle estive piene di libri.
Erano i primi anni ’70, quelli in cui da oltreoceano arrivava ancora una ventata di stimoli intellettuali e di costume che avrebbero avuto un peso importante nella formazione culturale e politica mia, come in quella di tutta la mia generazione.
C’era il fascino alternativo della controcultura e dell’anticonformismo – chi ha la mia età conosce quello spirito, unico e irripetibile – ed erano anni densi. Li respiravi nella musica californiana, tra i postumi della summer of love e la psichedelia, o in quella più dura newyorkese, tra il lirismo e l’emarginazione dei sobborghi metropolitani cantati da Lou Reed.
E poi le proteste per le libertà civili, gli omici politici degli anni ’60, Muhamed Alì, il Vietnam e il Cile. Il cinema!
C’erano poi i fumetti pubblicati su Linus, così diversi dai nostri: Doonesbury, Li’l Abner, The Wizard of Id e molti altri. C’era Jules Feiffer, con la sua psicopatologia urbana che metteva a nudo l’intellettuale di sinistra americano – e per estensione quello organico nostrano.
C’erano i Peanuts, ovviamente.
E Barnaby di Crockett Johnson, il bambino di cinque anni, molto serio e razionale, che una notte riceve la visita di un essere improbabile, Mr. O’Malley, che assume il ruolo di suo Fato Padrino (Fairy Godfather). Mr. O’Malley non risponde affatto al cliché immaginario del principe azzurro o della fata turchina: è un omino basso, calvo, naso a patata e quattro minuscole ali rosa sulla schiena che faticano a reggerlo nel volo. Indossa un cappotto, un cappello e fuma costantemente un sigaro. Ed è un adorabile ciarlatano. Sarà che quelle storie disegnavano con lieve ironia uno spazio poetico in cui diventare grandi significava mettere alla prova i sogni e le aspettative con la realtà, ma ho capito lì che il fumetto era letteratura, a pieno titolo. Dalle strisce più politiche e underground, che riflettevano i cambiamenti sociali del periodo anticipandoli alle periferie dell’impero – noi -, a strisce che erano vere gemme di poesia.

In mezzo a tutto questo leggere e ascoltare l’America per me erano le manifestazioni oceaniche piene di musica più che i Chicago boys che riassettavano il Cile con la dottrina del neoliberismo di Milton Friedman. Su questo, sulla United Fruit Company e su tante altre storie di colonialismo e sfruttamento “americano” avrei aperto gli occhi solo nei successivi anni ’80 e ‘90.
Ma allora quel softpower a stelle e strisce esercitava in me adolescente un fascino potente e positivo. Voleva dire, per esempio, leggere voracemente la letteratura americana. Non solo Spoon River, la beat generation e i Vagabondi del Dharma, o la letteratura del Southern Gothic che esplorava le povertà, le inquietudini morali e le ossessioni del Sud rurale – God’s little acre, magnifico ed epico capolavoro, fu vera rivelazione che pongo ancora ai miei vertici della letteratura del novecento – ma voleva dire anche divorare qualunque altra cosa odorasse di quel mondo.

E così quel giorno in vacanza, passando quei libri posti alla rinfusa nella bancarella, mi finì in mano Che ve ne sembra dell’America? (titolo originale: What Do You Think of America?) una raccolta di racconti scritti da un figlio di immigrati armeni, William Saroyan, emigrati a San Francisco.
Il libro non era un saggio politico, nonostante il titolo potesse suggerirlo, ma l’esplorazione di cosa significasse essere americani.
Un’America fatta di piccole persone, lavoratori, sognatori, bambini e immigrati che cercano di trovare un senso di appartenenza in una terra vasta e spesso contraddittoria.
Saroyan, con quel mosaico di vite e di storie differenti, racconta che anche in una società cinica dominata dalla spasmodica ricerca del successo economico come quella americana, la dignità umana resiste se resta spiritualmente viva.
Ecco la speranza di un giovane alla ricerca del suo primo impiego.
O l’immigrato che soffre la nostalgia alla propria terra ma guarda con gratitudine alla nuova.
E infine gli occhi dei bambini, saggi, che osservano le stranezze degli adulti.
È il ritratto di un’America gentile fatta di persone che conservano ancora la capacità di meravigliarsi, di essere positive, nonostante tutto.
Ecco, proprio per questa sua caratterizzazione antica che devo alla penna di uno dei tanti immigrati/americani, l’armeno Saroyan, e che oggi non posso che rimpiangere, ho deciso di copiare quel titolo per darlo a una mia piccola serie di riflessioni sull’America di questo tempo che inauguro con questo scritto.

Innanzitutto non scandalizzatevi, quando parlo di America non lo faccio con lo spirito di Trump che, dal primo giorno del suo ultimo insediamento come POTUS, ha preteso di cambiare perfino il toponimo del Golfo del Messico.
Lo faccio perché sono cresciuto con l’idea che oltreoceano USA e America fossero dei sinonimi e nella mia mente strenuamente resiste l’idea che l’America resti ancora quell’oggetto ideale di cui ho scritto.
Non è illusione, è – saroyanamente – la speranza che quella gentilezza antica non sia morta, anche se sul web e attraverso il tubo catodico ogni giorno qualcosa ci ricorda la volgarità e la violenza di quest’edizione trumpiana dell’America. Un’America che partorisce quotidianamente pretese tanto arroganti quanto inusitate da sembrare richieste che, agli occhi sbigottiti di chi non comprende la posta in gioco, sembrano riconducibili solo alla pazzia, se non al ridicolo.
Tutte queste ripetute e ostinate rivendicazioni territoriali di Stati, di regioni sovrane e indipendenti che hanno la sola colpa di trovarsi nel Continente americano possono sembrare il gioco di un bambino capriccioso che tocca tutti i giocattoli altrui urlando «mio!, mio!, mio!».
Ma non è così.
Vi sono ragioni culturali profonde e antiche, rimaste a lungo carsicamente nascoste nella società americana, che in questi ultimi anni si sono risvegliate e sono riemerse prepotentemente, costituendo una seria minaccia non solo per le istituzioni democratiche interne e i diritti civili degli Stati Uniti d’America ma anche e innanzitutto per quei popoli e Paesi che oggi si oppongono agli interessi americani. E poi quell’onda investirà anche il cosiddetto mondo libero – e il tempo in cui accadrà non è una questione di valore e priorità ma solo di differenti tempi legati agli interessi americani -, investirà anche quegli “alleati” che hanno sempre guardato alle manifestazioni oceaniche del National Mall a Washington come a un faro di libertà.
Che non esiste più.
Parlare di USA oggi è complesso e io non ho la pretesa di formulare analisi, tantomeno esaustive.
Ma voglio toccare alcuni argomenti che credo siano importanti per capire qual è l’anima di quest’America e, soprattutto, dove possa arrivare se quella sua parte gentile di cui ho a lungo parlato non risorgerà.
Più d’uno dei molti esperti di geopolitica oggi tanto in voga danno ragione e giustificazione degli atti unilaterali maturati nell’ultimo anno dall’Amministrazione Trump con una non nuova volontà di autoisolamento dell’egemone globale – gli USA – nella fortezza Nord America, dopo che gli statunitensi hanno scoperto che il mondo non gli vuole più bene. C’è poco da ridere su questa scoperta per chi ha creduto di aver difeso – e lo ha anche a lungo oggettivamente fatto – con i propri figli e le proprie risorse, popoli e Paesi che venivano oppressi o minacciati un po’ ovunque nel mondo.
Non voglio affermare che tutto questo sia sempre stato pulito, chiaro, vero. Ci sono sempre due facce in ogni medaglia, ma in questo caso l’altra, quella fatta d’ombre e sangue, non è nota o non rileva per l’americano di cultura ed estrazione sociale medio-bassa. E tanto conta.
Io non sono però convinto che quanto propugnato da quegli esperti di geopolitica sia sufficiente per comprendere. E voglio allora raccontarvi qualche storia per sottolineare aspetti storici o culturali che secondo me pesano se si vuole veramente comprendere e rispondere alla domanda che dà il titolo a questo scritto.
Che ve ne sembra dell’America, articoli correlati
Capitolo 1: La talassocrazia e Gramsci
Capitolo 2: Il free speech e l’isegoria
Capitolo 3: Kirk e il giusnaturalismo teologico: la sfida della destra religiosa alla modernità
Capitolo 4: La nuova casta sovrana dei tech bro