Granito, Arancione, Dignità: le rivoluzioni ucraine che hanno fatto la differenza

Se si considerano i quasi trentacinque anni trascorsi dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, emerge come gli Stati ex sovietici abbiano seguito traiettorie politico-istituzionali profondamente differenti. L’allargamento del conflitto russo-ucraino nel febbraio 2022 impone di confrontarsi, da un lato, con la visione russa dell’Ucraina come spazio considerato parte integrante del proprio giardino di casa, legittimando l’intervento militare, e dall’altro con la coraggiosa e orgogliosa resistenza ucraina, orientata alla difesa della sovranità e inserita in un più ampio processo di costruzione di un’identità nazionale fondata su principi democratici, di giustizia e di libertà.

Molte ragioni storiche e culturali differenziano i popoli russo e ucraino in questi loro percorsi conflittuali. Una in particolare merita attenzione: il rapporto con la partecipazione politica. La politica non può essere ridotta a scandali, burocrazia o competizione elettorale. Al di là delle sue degenerazioni quotidiane, la politica è l’arte del vivere insieme, come ricerca del bene comune e come alternativa istituzionale all’uso della forza. In senso etimologico, la politica riguarda la cura dello spazio pubblico e l’esercizio della cittadinanza.

È proprio questo prendersi cura che, negli Stati ex sovietici, ha prodotto percorsi divergenti, soprattutto in relazione all’idea di futuro: una dimensione necessaria per definire l’assetto della società nel medio e lungo periodo e per stabilire quali valori – uguaglianza, libertà, sostenibilità e giustizia, piuttosto che disuguaglianza, repressione, sfruttamento e corruzione – debbano orientare le scelte collettive. In questa prospettiva, la politica può essere intesa come architettura sociale, ovvero come il tentativo di costruire una “casa” (lo Stato) sufficientemente solida da garantire protezione e al tempo stesso abbastanza aperta da consentire libertà individuali e un orizzonte condiviso di progresso.

Quando l’equilibrio tra libertà individuali ed esigenze della vita sociale viene minacciato dalle decisioni del potere politico, la coscienza civica di una società può portare alla mobilitazione di piazza e alla protesta. È proprio sul piano delle rivolte popolari che si intende osservare, in questa analisi, la traiettoria particolare dell’Ucraina: nessun altro Paese ex sovietico ha conosciuto tre grandi rivoluzioni popolari nel giro di una generazione, né ha sviluppato una simile continuità nella mobilitazione civica. Questa particolarità è ancora più evidente se confrontata con la Russia, dove una lunga tradizione di potere centralizzato, repressione e controllo sociale ha impedito la nascita di una vera cultura della protesta di massa, fatta eccezione forse solo per le proteste del 2011-2013 contro brogli elettorali e irregolarità avvenute durante le votazioni, e contro il presidente Putin. Manifestazioni che non ottennero alcun cambiamento, ma si risolsero piuttosto in un rafforzamento del potere centrale e in una maggiore repressione.

La storia recente dell’Ucraina è segnata da tre grandi rivoluzioni popolari (1990, 2004 e 2013–2014) che mostrano una continuità rara nello spazio post-sovietico: la disponibilità del popolo a scendere in piazza per difendere libertà, dignità e sovranità politica.

La Rivoluzione sul Granito del 1990 – che prende il nome dalla pavimentazione di granito della Piazza dell’Indipendenza (allora Piazza Rivoluzione d’Ottobre) a Kyiv –, rappresenta il primo atto fondativo di questa cultura civica. A concepire l’azione di protesta, nell’ottobre di quell’anno, ancora in epoca sovietica, furono i movimenti studenteschi che occuparono le strade di Lviv, Kyiv e Kharkiv. Insoddisfatti dai risultati delle elezioni parlamentari ucraine del marzo 1990, si attivarono per organizzare una manifestazione su larga scala, puntando su un’azione non violenta e organizzando uno sciopero della fame. Dopo qualche giorno la protesta si intensificò e in migliaia si riversarono in nella piazza centrale di Kyiv e l’occuparono per un paio di settimane, con lo scopo primario di chiedere nuove elezioni democratiche.

Numerosi raduni, picchetti, scioperi e atti di disobbedienza civile ebbero luogo anche in altre regioni dell’Ucraina, in sostegno ai coraggiosi studenti che lottavano pacificamente in nome della democrazia. Anche i lavoratori di molte fabbriche e gli operai delle miniere dei territori orientali del Donbas minacciarono di unirsi allo sciopero generale se le richieste degli studenti non fossero state soddisfatte. I manifestanti chiedevano, oltre alle elezioni multipartitiche, il rifiuto di un nuovo trattato che rafforzasse l’Unione Sovietica e che Vitalij Masol, primo ministro della Repubblica socialista sovietica ucraina, lasciasse l’incarico.

La protesta terminò il 18 ottobre con le dimissioni Masol. Per la prima volta nello spazio sovietico una mobilitazione non violenta, e senza bisogno di alcun intervento delle forze dell’ordine, otteneva alcune concessioni politiche concrete, anticipando il disfacimento dell’intero sistema che era già nell’aria molto prima che il colpo di stato lo rendesse irreversibile. «Senza lo sciopero della fame degli studenti, non esisterebbe un’Ucraina indipendente», dichiarò Vjačeslav Čornovil, dissidente anti sovietico, attivista per i diritti umani e fondatore del movimento Narodnyj Ruch Ukraiiny, tra i firmatari della Dichiarazione di sovranità dell’Ucraina del 16 luglio 1990 e dell’Atto di dichiarazione dell’indipendenza dell’Ucraina del 24 agosto 1991.

Nel 2004, la Rivoluzione arancione confermò che protestare non era più un atto isolato, ma uno strumento ormai legittimato. Dopo il secondo turno delle elezioni presidenziali, l’OSCE certificò brogli e illegalità diffuse durante lo svolgimento del voto a favore del candidato filorusso Viktor Janukovyč. In risposta, centinaia di migliaia di manifestanti, identificati dal colore arancione, simbolo dell’opposizione guidata da Viktor Juščenko e Yulia Tymoshenko, si mobilitarono pacificamente in Piazza dell’Indipendenza (Maidan Nezalezhnosti) a Kyiv – piazza che diventerà poi il simbolo della Rivoluzione per antonomasia – e in molte altre città per settimane. L’obiettivo della contestazione fu anche quello di avere un’apertura verso l’Occidente e abbracciare i valori da esso rappresentati, con il conseguente allontanamento dalla sfera d’influenza russa.

la Verchovna Rada – il Parlamento ucraino – approvò una mozione di sfiducia nei confronti del governo e indisse nuove elezioni, che portarono alla vittoria dell’oppositore Viktor Juščenko. La Costituzione del paese fu emendata per limitare il potere della presidenza, trasformando la forma di governo da presidenziale a semipresidenziale, il potere di nomina dei ministri sarebbe stato attribuito al primo ministro, e quest’ultimo non sarebbe più stato destituibile dal presidente senza un voto del Parlamento. La Rivoluzione arancione segnò una vittoria della democrazia e della società civile ucraina contro le manipolazioni, rafforzando le aspirazioni europee del paese e consolidò l’idea che il potere politico potesse essere corretto dalla pressione popolare.

Euromaidan panoramic view taken from the top of the Revolution Christmas tree. December 8, 2013.

La Rivoluzione della Dignità del 2013–2014 (Euromaidan) fu la più radicale e sanguinosa. La protesta ebbe inizio il 21 novembre 2013 a Kyiv, quando cittadini, attivisti e studenti si radunarono in Piazza dell’Indipendenza per esprimere il proprio dissenso contro la decisione del governo del presidente Viktor Janukovyč di sospendere l’accordo di associazione con l’Unione Europea, preferendo un avvicinamento alla Russia. Le migliaia di persone che occupavano pacificamente la piazza chiedevano riforme democratiche, trasparenza e un futuro europeo per l’Ucraina, opponendosi alla corruzione endemica del governo. Verso la fine di novembre 2013, le unità della polizia antisommossa ucraina (Berkut) attaccarono brutalmente i manifestanti. Le proteste si estesero e si radicalizzarono, migliaia di persone organizzarono accampamenti, barricate e unità di autodifesa, rispondendo alla repressione con determinazione.

Il 16 gennaio 2014 in Parlamento i deputati fedeli al presidente Viktor Janukovyč approvarono, in modo irregolare e senza dibattito, un pacchetto di “leggi dittatoriali” che limitavano drasticamente il diritto di manifestazione, criminalizzavano i presidi non autorizzati e le occupazioni di edifici, introducevano pene severe per chi partecipava alle proteste e restringevano la libertà di informazione, legittimando di fatto un’escalation di violenza da parte della Berkut. La situazione esplose definitivamente quando il 22 gennaio si ebbero i primi morti tra i manifestanti. Durante tutto il periodo di feroci scontri furono uccisi 108 manifestanti – ricordati come i Cento Celesti (Небесна сотня) –, e feriti a centinaia tra civili e polizia, spingendo la situazione verso una crisi politica irreversibile.

Sotto la pressione della piazza e dell’instabilità crescente, il 28 gennaio il Parlamento fu costretto a revocare la maggior parte delle leggi liberticide, il primo ministro Mykola Azarov si dimise insieme all’intero governo. Questo segnò il primo passo formale verso la de-escalation, ma ormai la fiducia nel governo era compromessa e la crisi continuò.

Il 21 febbraio il presidente Viktor Janukovyč firmò un accordo con le forze di opposizione, mediato da rappresentanti dell’Unione Europea, che prevedeva il ritorno alla Costituzione del 2004, elezioni anticipate e la formazione di un governo di unità nazionale. Tuttavia, l’accordo non fu attuato a causa dell’abbandono da parte dello stesso Janukovyč che fuggì da Kyiv per rifugiarsi in Russia. Il giorno successivo la Verkhovna Rada votò a larga maggioranza una risoluzione che dichiarava il presidente incapace di adempiere ai propri doveri costituzionali. Oleksandr Turčynov fu nominato presidente ad interim, garantendo la continuità istituzionale e nuove elezioni presidenziali anticipate furono fissate per il 25 maggio dello stesso anno. La Rivoluzione della Dignità consolidò definitivamente un’identità civica fondata sullo stato di diritto e il rifiuto dell’autoritarismo.

Le rivoluzioni ucraine non rappresentano quindi solo eventi storici distinti, ma l’espressione di un modello politico e culturale alternativo a quello autoritario russo/sovietico, fondato sull’idea che il popolo possa – e debba – intervenire direttamente quando il potere tradisce il patto con i cittadini. Scendere in piazza è diventato con il tempo un elemento identitario, un mezzo legittimo di partecipazione politica e di difesa della sovranità nazionale.

FONTI

Marci Shore, La notte ucraina. Storie di una rivoluzione. Castelvecchi, 2025

K. Boeckh, E. Völkl Beit, Ucraina. Dalla rivoluzione russa alla rivoluzione arancione. (ed. italiana 2009). it.gariwo.net

Serhii Plokhy, Le porte d’Europa. Storia dell’Ucraina, Mondadori (collana Le scie – Nuova serie stranieri), 2022

Enciclopedia Treccani, Rivoluzione arancione.
https://www.treccani.it/enciclopedia/rivoluzione-arancione

East Journal. (2020), La Rivoluzione sul granito, il primo Maidan ucraino.
https://www.eastjournal.net/archives/121691

Meidiano 13 (2023), La rivoluzione sul granito, il primo Majdan ucraino

VIDEO PER APPROFONDIMENTO:

Presentazione del libro La notte ucraina. Storia di una rivoluzione di Marci Shore

Ucraina, euromaidan: colpo di stato o rivoluzione?


Ukraine’s Orange Revolution – Raw Footage of Mass Protests in Kyiv’s Independence Square (2004)

Ukraine Breaks Away From Soviet Russia | Reporting the Collapse of the USSR (1989–1990)

Winter on Fire: Ukraine’s Fight for Freedom (Netfix), Full movie

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