Alle radici del potere di Putin

Per raccontare Putin ci vuole più di un libro e non possiamo farlo qui. Così come non si può ricostruire episodi interni al potere dell’attuale Federazione Russa su documenti storici o giudiziari ufficiali. Tutto questo è facilmente comprensibile per un Paese che ha fin dall’epoca sovietica un controllo occulto, oppressivo e capillare, esercitato attraverso un asfissiante sistema di polizia e di servizi intrecciati alla criminalità mafiosa.
Possiamo però, pur in mancanza di conferme ufficiali, ipotizzare e riscostruire fatti ed eventi attraverso il giornalismo d’inchiesta. Quello libero, indipendente. Quello che è costato negli ultimi venticinque anni la vita a Paul Klebnikov (2004), Anna Politkovskaja (2006), Natal’ja Estemirova (2009), Anastasija Baburova (2009) e un numero di altri 160 giornalisti se si considerano i morti in circostanze sospette o in zone di guerra.
Fatta questa premessa, la pillola di storia odierna si concentra sulla cosiddetta Operazione Sostituzione, il momento in cui, con le mani sporche del sangue di concittadini russi, l’attuale vertice del Cremlino scalò l’ultimo gradino del suo potere: la Presidenza della Federazione Russa.
Una breve premessa su chi fosse Putin negli anni ’90.
Putin durante lo sfaldamento dello stato sovietico e la successiva liquidazione delle risorse del paese, scalò il potere attraverso le relazioni con la mafia russa e i politici corrotti. Era un uomo profondamente corrotto che favorì mafiosi e imprenditori spregiudicati, ben oltre il potere concessogli dai ruoli ricoperti.
L’uomo però era senza volto, sapeva mascherarsi, non apparendo mai schierato nella violenta lotta per il potere in atto tra le fazioni politiche. Mai citazione è stata più appropriata del titolo del libro su di lui, L’uomo senza volto, di Maša Gessen, saggista e attivista russa che ha dovuto abbandonare il suo paese perché ebrea, lesbica e, soprattutto, una giornalista indipendente.
Così, mal giudicato per la sua imperscrutabilità, nel 1996 arrivò al Cremlino. Erano giorni di caos al Cremlino ed El’cin, stanco, incoerente e minato dall’alcolismo, faticava a governare gli intrighi di corte e le sorti catastrofiche, sotto tutti i sensi, di una Russia insabbiata nelle riforme liberiste. Putin, con il suo basso profilo, piano piano salì nella gerarchia el’ciniana. Fu incaricato di investigare sui presunti abusi nella spesa pubblica. Quale incarico migliore poteva essere assegnato a un agente dei servizi segreti come lui che era stato responsabile in prima persona di quegli abusi?
Putin usò il suo potere per perseguire e allontanare i suoi nemici, avendo dall’altra attenzione nel nascondere le malefatte dei potenti che lo potevano favorire. Si costruì così in breve, manipolando i fatti, la reputazione di potente nemico dei corrotti e di modello di assoluta discrezione.
Nel luglio 1998 il presidente El’cin, con l’economia russa in caduta libera e la sua amministrazione in pericolo, pensò di assicurarsi il controllo dell’apparato di sicurezza russo FSB (ex KGB) nominando il fedele Putin al suo vertice. La Lubianka – sede del KGB che ospitava le famigerate prigioni, luogo di torture e omicidi – ora aveva un nuovo comandante, un semplice tenente colonnello che in questa corsa aveva superato schiere di generali plurimedagliati.
Putin iniziò una nuova vita. Ristrutturò l’agenzia facendo piazza pulita dei nemici e richiamando in servizio i suoi vecchi collaboratori del KGB. Le sue gesta a capo del FSB furono degne delle più fantasiose spy stories hollywoodiane. Lo stesso El’cin ne fu beneficiato perché le manovre del FSB coprirono i suoi crimini e quando, alla fine del 1999, si trovò ad avere bisogno di un nuovo premier si ricordò di Vladimir Vladimirovič Putin.
Lo stato in cui versava la Federazione Russa era drammatico. L’anno prima il rublo era collassato e il paese era morso da una profonda crisi finanziaria. Sul fronte politico la Duma stava discutendo la messa in stato d’accusa del Presidente, un’azione dall’esito molto improbabile ma, nei fatti, la sua immagine era sempre più danneggiata delle inchieste giornalistiche sulla sua corruzione.
La crisi politica letteralmente consumava i primi ministri di El’cin. Ne aveva già licenziati sette! Putin, ambiziosissimo, non poteva non accettare la nomina ma non aveva alcuna intenzione di essere un agnello sacrificale di breve durata come quelli che l’avevano preceduto. Prese così via l’Operazione Successione.
Il 7 agosto 1999 gruppi armati ceceni guidati da Shamil Basayev e Ibn al-Khattab avevano invaso la vicina repubblica russa del Daghestan con l’obiettivo di sostenere ed estendere al Caucaso l’insurrezione islamica. Va ricordato che nell’agosto dell’anno precedentesi si era conclusa la prima guerra cecena che aveva segnato una pesante sconfitta politica e militare per la Russia di El’cin, sancendo de facto l’indipendenza della Cecenia.
Il 4 settembre un’enorme esplosione colpì un edificio a Buniaksk, nel Daghestan, uccidendo sessantaquattro persone. Cinque giorni dopo un’altra esplosione distrusse un palazzo a Mosca uccidendo novantaquattro persone. Il 13 settembre, sempre a Mosca, una nuova esplosione colpì un edificio uccidendo centodiciotto persone. Una quarta bomba il 16 settembre esplose a Volgodonsk uccidendo diciassette persone. Questi attacchi furono l’11 settembre russo.
La colpa fu addossata ai ribelli separatisti della Cecenia. Ma la sera del 22 settembre 1999, a Rjazan’, una città di medie dimensioni circa centottanta chilometri a sudest di Mosca, accadde qualcosa che ribaltò completamente la narrativa ufficiale. Molte domande riguardanti l’episodio restano senza risposta, ma secondo la ricostruzione del giornalista d’inchiesta statunitense Craig Unger e secondo il libro, proibito in Russia, di Jurij Felštinskij e Aleksandr Litvinenko, “Russia: il complotto del KGB”, quell’ultimo attentato rivelò la vera natura di quegli atti terroristici.
Così la descrive Craig Unger nel suo libro del 2016 che indaga rapporti fra Trump, Putin e mafie russe, citando anche stralci di Jurij Felštinskij e Aleksandr Litvinenko:
«Alle 21:15 circa, un uomo di nome Aleksei Kartovelnikov chiamò la polizia e disse di aver visto due uomini e una donna portare tre grossi sacchi all’interno di un complesso residenziale di dodici piani. Quando la polizia giunse sul posto, alle 21.58, i tre si erano dileguati, ma gli agenti scoprirono tre sacchi di zucchero da cinquanta chili l’uno impilati nelle cantine dell’edificio. Presto venne determinato che, invece di zucchero, i sacchi contenevano un potente esplosivo conosciuto come ciclotrimetilentrinitroammina o T4. Nel sacco posto in cima, era stata ricavata una piccola apertura, attraverso la quale era possibile vedere un dispositivo elettronico con cavi, nastro isolante e un timer».
Quando il sacco venne aperto, la polizia rinvenne batterie, un detonatore e un timer elettronico regolato sulle 5:30 del mattino successivo. Alla fine questo tentativo fallito di far esplodere un altro palazzo forni prove inconfutabili che i reali autori degli attentati non erano assolutamente i terroristi ceceni, ma una squadra speciale del FsB.
In altre parole, le esplosioni che avevano ucciso quasi trecento russi innocenti erano davvero operazioni false flag che consentirono a Putin di consolidare il suo potere, così come l’incendio del Reichstag per Adolf Hitler.
«Far saltare in aria i tuoi connazionali innocenti mentre dormono, nella capitale della tua patria, è un’azione quasi impensabile»
Scrive Karen Dawisha,
«Eppure le prove che l’FSB fosse per lo meno coinvolto nell’esplosione della bomba a Rjazan’ sono incontrovertibili […] e questo è un duro colpo alla legittimità del regime di Putin.»
Ma erano pochi i russi davvero al corrente di ciò che era successo. In qualità di primo ministro incaricato di combattere quella guerra, Putin divenne da un giorno all’altro estremamente popolare. Il 31 dicembre 1999, l’ultimo giorno del millennio, Boris El’cin si dimise e nominò Putin presidente ad interim. Questi accettò la carica, promettendo di dare la caccia ai terroristi ceceni ovunque fossero, con la nota dichiarazione che, se necessario:
«sarebbe addirittura andato a prenderli nel gabinetto per eliminarli. Aveva promesso di porre un freno al saccheggio dello stato da parte dei ricchi oligarchi, ma erano pochi a sapere che Putin stesso era stato un attore di primo piano in questo processo, quando era a San Pietroburgo. Per quanto riguardava la lotta alla corruzione, il suo primo atto da presidente fu garantire l’immunità totale a El’cin».
da Casa di Trump Casa di Putin di Craig Unger
Il 1° ottobre 1999 l’esercito russo lanciò una massiccia offensiva di terra nella Cecenia, puntando ben presto alla distruzione di Grozny, la capitale cecena, uno degli eventi più tragici e brutali della storia militare moderna, al punto da essere appellata dalle Nazioni Unite nel 2003 come la città più distrutta della terra.
Il secondo conflitto ceceno sarebbe poi durato fino al 2009, dieci anni. In quel momento, per il popolo russo, Putin non era altro che un perfetto sconosciuto. Di lui Ruslan Linkov, un politico di San Pietroburgo, disse:
«È un uomo grigio, invisibile. Sempre nell’ombra. Possiede un’abilità psicologica e utilizza le sue strategie da agente del KGB all’interno delle strutture politiche. Nessuno lascia mai davvero il KGB: se uno ci ha lavorato, ci lavorerà fino alla morte».
Putin apparve ogni sera in televisione interpretando il ruolo di chi avrebbe evitato il collasso della Federazione Russa e avrebbe represso con la forza e senza alcuna esitazione la ribellione. L’uomo senza volto assunse il volto della risolutezza, della forza e della ferocia. Era la nascita di un nuovo eroe. Il 31 dicembre 1999 a sorpresa Boris El’cin diede le dimissioni e Putin divenne Presidente ad interim.
L’operazione Successione era costata trecento vittime russe innocenti ma ora Putin era realmente dove voleva, al vertice. E aveva idee chiare su quale fosse il destino della Russia. Il 26 marzo 2000 vinse al primo turno la sua prima elezione presidenziale con quasi il 53% di voti.
Nei giorni che precedettero l’assunzione della carica scrisse in un saggio quali fossero i suoi reali obiettivi.
«La Russia è stata e continuerà a essere un grande paese […] ma non sarà mai come l’Inghilterra o gli Stati Uniti, dove i valori liberali hanno una tradizione storica radicata,” perché i russi sono più attratti dalle “forme di vita collettive».
Forse l’elemento più rivelatorio del suo saggio era l’utilizzo di un termine per certi versi arcaico, che aveva un’eco imperiale: deržavnost, una parola in uso all’epoca degli zar che indicava la fiducia nella grandezza dello stato. La parola derivava da deržava, il globo che faceva parte delle insegne zariste e che simboleggiava la potenza imperiale della Russia.”
In un’epoca in cui l’impero sovietico si era dissolto e quasi tutti i paesi dell’ex blocco orientale o erano entrati – Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca – o si accingevano a entrare nella Nato, Putin, ora Presidente della Federazione Russa, iniziava a costruire la sua verticale del potere, ideologicamente modellata su quella rinascita del passato imperiale che aveva catturato gli spiriti revanscisti russi già all’indomani del 1991.