Il doppio volto dell’asse Russia–Iran: da imperi rivali ad alleati imperfetti
Le relazioni tra Russia e Persia (l’odierno Iran) affondano le loro radici nel XVI secolo, tra contatti commerciali e rivalità regionali, ma è con l’espansione dell’Impero russo tra XVIII e XIX secolo che la relazione assume una dimensione profondamente asimmetrica. Le guerre russo-persiane (1804‑1813 e 1826‑1828) e i conseguenti trattati di Gulistan e Turkmenchay imposero a Teheran cessioni territoriali significative, aprendo la strada a una presenza politica ed economica sempre più invasiva. L’Impero russo, mosso da interessi strategici e dalla volontà di espandere la propria influenza sul Caucaso e lungo le rotte commerciali, riuscì a modellare gran parte della politica estera iraniana, creando una memoria storica di subordinazione e diffidenza verso il grande vicino del Nord.

Collection Dr. Mahfouzi Cultural Works and Manuscripts Museum.
(Public Domain)
Il lungo periodo di ingerenza lasciò tracce profonde nel modo in cui l’Iran percepisce le potenze straniere, oscillando tra resistenza e compromesso, e preparando il terreno per successive intese pragmatiche. Un esempio è il Trattato di amicizia del 1921, stipulato tra l’URSS e la Persia, che sanciva formalmente relazioni diplomatiche e commerciali pur mantenendo un equilibrio delicato tra cooperazione e diffidenza reciproca. Questo trattato rappresenta anche un ponte verso il periodo sovietico, aprendo una fase in cui Unione Sovietica e Persia (che dal 1935 assumerà ufficialmente il nome di Iran nei rapporti internazionali), iniziarono a costruire contatti diretti, spesso funzionali ai rispettivi interessi strategici e alle tensioni globali, gettando le basi di una relazione che alternava collaborazione tattica e sospetti reciproci.

tra i rappresentanti della Persia e dell’Unione Sovietica. (Public Domain)
Questo lungo retaggio di trattati, ingerenze e diffidenze creò le premesse per il rapporto complesso del XX secolo. Per tutto il periodo sovietico, la relazione si trasformò senza mai diventare realmente paritaria. Durante la Guerra fredda, il rapporto tra Unione Sovietica e Iran si muove lungo una linea ambigua, sospesa tra rivalità ideologica e convergenze tattiche. Dopo la crisi dell’Azerbaigian del 1946 – uno dei primi scontri indiretti tra blocchi – Mosca mantiene un atteggiamento prudente verso Teheran, allora saldamente nell’orbita occidentale sotto lo Scià Mohammad Reza Pahlavi. L’Iran rappresenta per l’URSS un vicino strategico quanto ostile, ma resta una frontiera sensibile del contenimento americano. Tuttavia, negli anni ’60 e ’70, non mancano momenti di cooperazione economica ed energetica, segno di un pragmatismo che anticipa dinamiche future.
La rivoluzione islamica del 1979 segna una frattura profonda, ma anche l’inizio di una relazione più complessa. L’Unione Sovietica guarda con diffidenza al nuovo regime di Khomeini, temendo la diffusione dell’islam politico nelle repubbliche musulmane sovietiche. Eppure, la comune ostilità verso gli Stati Uniti crea un terreno di convergenza, soprattutto durante la guerra Iran-Iraq, in cui Mosca mantiene una posizione oscillante. Il rapporto resta dunque funzionale, mai realmente strategico, segnato da sospetti reciproci più che da fiducia.
È solo dopo il crollo dell’URSS nel 1991 che si apre una nuova fase. La Russia post-sovietica, indebolita economicamente e politicamente, vede nell’Iran un partner utile per riaffermare la propria presenza in Medio Oriente. Negli anni ’90 prende forma una cooperazione più concreta, soprattutto nel settore nucleare civile e nella vendita di armamenti, mentre entrambi i paesi condividono una crescente diffidenza verso l’unilateralismo statunitense. Questa fase getta le basi della futura partnership strategica: non un’alleanza ideologica, ma un rapporto costruito su interessi convergenti, autonomia reciproca e opposizione a un ordine internazionale percepito come dominato dall’Occidente.

leader della rivoluzione islamica in Iran, 22 luglio 2022.
(By khamenei.ir, CC 4.0 International)
Con l’ascesa di Vladimir Putin, il rapporto tra Russia e Iran entra in una fase nuova, sempre più definita da interessi strategici condivisi. La guerra in Siria rappresenta il punto di svolta. Mosca e Teheran diventano alleati sul campo nel sostegno al regime di Bashar al-Assad, coordinando operazioni militari e consolidando un asse anti-occidentale in Medio Oriente.
Questa convergenza si estende negli anni successivi anche ad altri teatri. Nel conflitto in Ucraina, l’Iran ha fornito alla Russia droni militari – in particolare i sistemi Shahed – mentre Mosca ha ricambiato con supporto tecnologico e intelligence, segnando un salto qualitativo verso una cooperazione militare più stretta.
Eppure, l’alleanza resta pragmatica e non priva di ambiguità. Il Cremlino ha sempre cercato di mantenere un equilibrio tra Iran, Israele e monarchie del Golfo, evitando di legarsi troppo a Teheran per non compromettere altri interessi regionali. Questo equilibrismo si riflette anche nei momenti di crisi. Mosca difficilmente interviene direttamente in difesa dell’Iran, limitandosi spesso a un sostegno politico o retorico.

25 febbraio 2019 (By khamenei.ir, CC 4.0 International)
La Siria è il laboratorio più evidente delle contraddizioni dell’asse russo-iraniano. Se da un lato Mosca e Teheran hanno combattuto fianco a fianco, dall’altro la Russia ha mantenuto canali aperti con Israele, che considera l’espansione iraniana una minaccia esistenziale.
Negli anni, il Cremlino ha tollerato – e talvolta coordinato indirettamente – operazioni israeliane contro obiettivi iraniani in Siria, pur continuando a cooperare con Teheran. Questa ambiguità riflette una strategia più ampia perché la Russia mira a essere arbitro regionale più che alleato esclusivo, massimizzando la propria influenza in un sistema mediorientale frammentato.

7 ottobre 2023 (CCTV footage)
Ulteriori elementi di ridefinizione dell’asse russo-iraniano sono rappresentati dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e dalla guerra a Gaza (e Libano) che hanno evidenziato tutte le ambiguità della posizione russa. Se da un lato il ruolo di Hamas come proxy iraniano ha rafforzato indirettamente la convergenza tra Russia e Iran nel quadro di un fronte anti-occidentale, dall’altro l’uso della forza da parte di Israele ha rappresentato una seria minaccia per gli interessi russi. Le relazioni tra Mosca e Tel Aviv si sono deteriorate quando Putin, nel tentativo di mantenere una certa influenza diplomatica in Medio Oriente, ha evitato di condannare apertamente Hamas fornendo al contempo all’organizzazione terroristica sostegno politico alle Nazioni Unite, dichiarandola un attore politico riconosciuto e invitando a Mosca i suoi appresentanti. Inoltre, nel gennaio 2025 Mosca e Teheran hanno firmato un accordo di partenariato strategico che ha sottolineato la loro intenzione di continuare a sviluppare programmi di mutua assistenza, anche in ambito politico-militare.
L’attuale guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran – sotto la presidenza di Donald Trump – sta ridefinendo ulteriormente i rapporti. Secondo analisi recenti, il conflitto in Medio Oriente porta un vantaggio per la Russia. L’aumento dei prezzi energetici da respiro all’economia e, oltre tutto, distoglie risorse e attenzione occidentali dal fronte ucraino.
Allo stesso tempo, la postura di Mosca appare meno prudente di quanto suggerisca la retorica ufficiale e più integrata in una dinamica di conflitto connesso. La guerra in Ucraina e quella che coinvolge l’Iran non sono teatri separati, ma sistemi interdipendenti. I droni iraniani impiegati dalla Russia sul fronte ucraino, così come il trasferimento di know-how militare russo verso Teheran e la collaborazione strategica nel settore della difesa che l’Ucraina che ha recentemente avviato con i Paesi del Golfo, rappresentano solo l’aspetto più visibile di una sinergia più ampia, che tende a saldare i due scenari in un’unica architettura di confronto con l’Occidente.

(By Mehr News Agency, CC 4.0)
Questa interconnessione si manifesta anche sul piano strategico ed economico. L’escalation in Medio Oriente contribuisce ad alleggerire indirettamente la pressione su Mosca in Ucraina. L’instabilità regionale incide sui mercati energetici globali, rafforzando la posizione di esportatori come la Russia. Allo stesso tempo, l’Iran trae vantaggio dall’esperienza bellica russa e dalla sua capacità di aggirare sanzioni, adattando strumenti e strategie a un contesto di isolamento simile. In questo caso, i due paesi non condividono solo interessi, ma anche metodi. Questo coordinamento, pur non formalizzato in un’alleanza, rafforza la loro capacità di resistere all’isolamento e di presentarsi come poli di un ordine internazionale più frammentato.
In questo contesto, la relazione russo-iraniana assume i contorni di una partnership operativa dentro un conflitto più ampio e diffuso. Mosca continua a evitare un coinvolgimento diretto al fianco di Teheran contro Washington, ma ne sostiene indirettamente la posizione, mentre beneficia delle ricadute sistemiche delle crisi regionali. Dal canto suo l’amministrazione Trump si mostra riluttante a riconoscere il collegamento, mantenendo un trattamento preferenziale per Mosca allentando le sanzioni. Numerose evidenze indicano chiaramente come gli Stati Uniti stiano esercitando maggiore pressione su Kyiv per gli attacchi contro gli impianti petroliferi russi, piuttosto che su Mosca per la fornitura di armi letali all’Iran, utilizzate per colpire obiettivi statunitensi e alleati.
In ultima analisi, la guerra in Iran mette in luce non solo le opportunità ma anche i limiti strutturali dell’azione russa. Mosca resta un attore centrale, ma la sua capacità di influenzare gli eventi in Medio Oriente appare condizionata da risorse limitate, dalla priorità del fronte ucraino e da un contesto regionale sempre più frammentato. In questo scenario, anche la relazione con Teheran è destinata a evolvere. Se il conflitto dovesse indebolire strutturalmente l’Iran, la Russia rischierebbe di perdere un partner chiave lungo il proprio fianco sud, riducendo la profondità strategica costruita negli ultimi anni; al contrario, un Iran sopravvissuto ma più isolato potrebbe diventare ancora più dipendente da Mosca, accentuando una relazione già fortemente asimmetrica.
Il rischio, tuttavia, è che questa partnership si trasformi ulteriormente in un rapporto puramente transazionale. Meno cooperazione strategica di lungo periodo, più scambio contingente di risorse, tecnologie e supporto politico. In un Medio Oriente sempre più instabile e imprevedibile, l’asse Russia–Iran potrebbe quindi sopravvivere, ma perdere coerenza e capacità di incidere sugli equilibri regionali. Diventerebbe una delle tante variabili di un sistema in cui anche le alleanze più consolidate restano fluide, negoziabili e costantemente esposte agli shock del contesto globale.
FONTI E APPROFONDIMENTI
Michael Axworthy (traduzione di S. Marchesi), Breve storia dell’Iran. Dalle origini ai nostri giorni, Piccola Biblioteca Einaudi, 2010
S. Farian Sabahi, Storia dell’Iran. 1890-2020, Il Saggiatore, 2020
The Washington Institute, Great Power Spillover from the Iran War: Implications for China, Russia, Turkey, and Europe, 6 marzo 2026
Chatham House, The Iran war exposes the limits of Russia’s leverage in a fragmenting regional order, 2 marzo 2026
The Guardian, Coordinated conflict: how the Ukraine and Iran wars are starting to overlap, 2 aprile 2026
INSS, Russian Policy in the Middle East in the Context of the Struggle Against the West: Insights for Israel, Aprile 2025
The Kennan Institute, Iran at War: the Russian angle. (Video)